Bisogna amare i propri nonni. Questo si è sentita ripetere Alice fin da piccola. Ma quando suo nonno, da poco vedovo, viene a vivere con lei e la madre, la ragazza si rende conto che tale comandamento è inattuabile. Seppur debole e depresso, Andrea esercita su tutta la casa il proprio carattere brutale, portando Marta, la mamma di Alice, a uno stato di totale asservimento. È come se un’intera generazione, con tutti i suoi dettami assurdi e violenti, si fosse insinuata nella vita delle due donne, impestandola di sigarette, imperativi e ricatti. La rabbia di Alice cresce, alimentata dalla brace dei sedici anni. La mamma che conosceva sta scomparendo, e lei si sente impotente: come si fa a liberare qualcuno che non vuole essere libero? Che cos’è veramente l’emancipazione? In un susseguirsi di badanti che vanno e vengono, sbronze liberatorie con gli amici del cuore, litigi con famigliari ciechi e sordi e una fame che non passa mai, Alice comincia a covare desideri bui, a pensare cose che non andrebbero pensate. Il viaggio nel passato della madre, nel paese in cui è cresciuta, e lo svelamento di ciò che ad Alice è sempre stato nascosto risulta un punto di non ritorno: Andrea deve sparire. L’unico modo per affrontare un mostro è diventare un mostro?
Proposto da Alessandra Tedesco al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:
«Con una scrittura briosa, tagliente e a tratti ironica e una giovane protagonista acuta e scontrosa, nel romanzo L’estate che ho ucciso mio nonno (Bollati Boringhieri) Giulia Lombezzi indaga le relazioni familiari oltre le ipocrisie, sfidando anche l’idea della sacralità della vecchiaia. Alice, sedici anni, è in polemica con il mondo, ma ha con la madre Marta un rapporto simbiotico: l’equilibrio viene rotto quando arriva in casa il nonno per un periodo di convalescenza. Un corpo estraneo, ma soprattutto un corpo ingombrante perché il nonno è l’incarnazione di una cultura patriarcale. Alice soffre nel vedere la madre piegarsi alle richieste di un despota capriccioso e Lombezzi ha il coraggio di riconoscere la “dittatura del malato”. Se la cura che Marta ha per suo padre è un atto di sottomissione, quella che Alice ha per sua madre è un atto di amore. Un romanzo che non ha il timore di spiazzare il lettore e inchiodarlo a una verità scomoda.»
